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QUANDO IL SILENZIO DIVENTA' COMPLICITA'

16-02-2026 17:32

Dott.ssa Cristina Rontino

Criminologia e Dintorni,

QUANDO IL SILENZIO DIVENTA' COMPLICITA'

Donne adulte, violenza normalizzata e responsabilità criminologicaEsiste una zona d’ombra nel discorso pubblico sulla violenza che raramente viene att

Donne adulte, violenza normalizzata e responsabilità criminologica
Esiste una zona d’ombra nel discorso pubblico sulla violenza che raramente viene attraversata con onestà: quella che riguarda le donne adulte che, in presenza di piena consapevolezza, scelgono di restare accanto a uomini violenti, abusanti o gravemente disfunzionali, anche quando la violenza è reiterata e coinvolge soggetti vulnerabili, come i minori. Non parliamo delle vittime intrappolate.  Non parliamo delle donne terrorizzate, isolate, senza mezzi, schiacciate da un sistema di controllo
totale.  Parliamo di un altro livello.  Un livello in cui i fatti sono visibili, le conseguenze sono note, il danno è sotto gli occhi.  E tuttavia, nulla cambia.  Oltre la narrazione della vittima eterna. La narrazione della “vittima eterna” è rassicurante: solleva tutti dalla responsabilità. Ma è anche clinicamente scorretta e socialmente pericolosa. La vittimizzazione è una condizione, non un’identità fissa. 

Nel momento in cui una persona adulta:  


• riconosce la violenza,


• ne comprende la gravità,


• osserva i danni su sé e sugli altri,


• dispone di un minimo di possibilità di scelta,


e sceglie di non interrompere, allora la sua posizione cambia.  Non diventa “colpevole” nel senso penale, ma cessa di essere solo vittima e diventa parte del sistema che mantiene la violenza. 
In criminologia questo passaggio è noto: è il momento in cui il contesto relazionale smette di essere solo scenario e diventa fattore criminogeno.

La normalizzatrice del male: una figura chiave.
In molti contesti di violenza protratta emerge una figura specifica, spesso invisibile:  la normalizzatrice del male. 
È frequentemente una donna cresciuta in ambienti violenti, degradati, caotici o emotivamente
anaffetti
Non ha imparato a riconoscere l’abuso come rottura, ma come continuità. 
Ha interiorizzato che: 
• la crudeltà è una modalità relazionale possibile,
• l’abuso è un “difetto”, non un crimine,
• la sofferenza è il prezzo dell’appartenenza,
• l’uomo violento va “contenuto”, non fermato,
• denunciare equivale a distruggere, non a proteggere. 
Per questo non prova shock. 
Prova assuefazione. 
La violenza, per lei, non è un evento straordinario: è un rumore di fondo. 
La minimizzazione come meccanismo di difesa
Clinicamente, la minimizzazione è un potente meccanismo di difesa. 
Ma criminologicamente, è un moltiplicatore del danno. 
Frasi come: 
• “Non è sempre così”
• “Con me non è violento”
• “Ha avuto un’infanzia difficile”
• “In fondo non voleva”
• “Sono solo scatti di rabbia”
non sono neutrali. 
Sono strategie di contenimento del reale, che permettono al sistema violento di continuare indisturbato. 
Ogni atto di minimizzazione: 
• riduce la percezione del rischio,
• isola ulteriormente le vittime,
• rafforza il potere dell’aggressore,
• normalizza la trasgressione. 
In criminologia questo è un punto fermo: 
la violenza persiste quando l’ambiente la tollera.  Quando entrano in gioco i minori Il confine etico diventa invalicabile quando la violenza coinvolge minori, direttamente o indirettamente. 
In quel momento, la scelta di restare non è più una scelta privata. 
Diventa una decisione con effetti criminologici. 
La violenza assistita è una forma di maltrattamento riconosciuta. 
I minori che crescono in questi contesti: 
• interiorizzano modelli relazionali disfunzionali,
• normalizzano l’abuso,
• sviluppano desensibilizzazione o iperattivazione,
• presentano un rischio aumentato di ripetizione del ciclo violento. 
Chi, potendo vedere e comprendere, sceglie di non interrompere, sta oggettivamente contribuendo alla trasmissione intergenerazionale della violenza.  

Qui il trauma non basta più come spiegazione. 
Perché l’adultità comporta responsabilità di protezione. 
La sospensione dell’empatia
Un altro segnale critico è la sospensione selettiva dell’empatia. 
La normalizzatrice del male è spesso più empatica verso l’uomo violento che verso le vittime. 
Giustifica lui. 
Razionalizza lui. 
Contiene lui. 
Mentre chiede alle vittime di adattarsi, di capire, di non esagerare. 
Questo ribaltamento è tipico dei sistemi abusanti e rappresenta uno dei principali fattori di mantenimento del comportamento violento. 
Lettura criminologica: il sistema che protegge il reato
Dal punto di vista criminologico, la violenza non è mai solo un atto individuale. 
È un fenomeno sistemico. 
Ogni reato reiterato ha bisogno di: 
• un autore,
• un contesto che lo renda possibile,
• e uno o più soggetti che lo tollerino, coprano o giustifichino. 
Le donne adulte che normalizzano la violenza svolgono, spesso inconsapevolmente, una funzione di
ammortizzatore sociale del reato: 
• assorbono il conflitto,
• deviano l’attenzione,
• riducono la probabilità di denuncia,
• mantengono l’equilibrio 
Ma l’equilibrio che mantengono è quello del male. 
Chiusura: la responsabilità di rompere il ciclo
Riconoscere questa zona grigia non significa colpevolizzare. 
Significa smettere di mentire. 
La guarigione non è solo sopravvivere alla violenza subita in passato. 
È interrompere la sua trasmissione nel presente. 
A un certo punto, la domanda non è più: 
“Perché non se ne va?”
Ma: 
“Chi sta proteggendo, restando?”
“Chi viene sacrificato per mantenere la relazione?”
“Che prezzo pagano i più vulnerabili?”
Finché continueremo a chiamare “neutralità” ciò che è complicità,
finché confonderemo la compassione con l’assoluzione,
finché non avremo il coraggio di nominare anche le responsabilità adulte,
la violenza continuerà a trovare casa nel silenzio. 
E il silenzio, in criminologia, non è mai vuoto: 
è spazio operativo per il reato.
 

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