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EDUCAZIONE E FORMAZIONE, I PERCORSI DELLA PREVENZIONE

26-04-2026 15:48

Dott.ssa Giuseppina Di Guida

Psicocuriosità,

EDUCAZIONE E FORMAZIONE, I PERCORSI DELLA PREVENZIONE

Da qualche anno registriamo una crescita rapida e trasversale del malessere  tra i più giovani. Crescono i numeri di coloro che ne sono coinvolti, cre

Da qualche anno registriamo una crescita rapida e trasversale del malessere  tra i più giovani. Crescono i numeri di coloro che ne sono coinvolti, crescono  l’intensità e le forme con cui questa sofferenza si manifesta. Il malessere lo esprimono in forme diverse: dal dolore di stare nella propria vita, nelle  proprie identità plurime, al ritiro sociale; dalla violenza praticata verso gli altri, anche in gruppo, alla violenza riservata a se stessi. Basterebbe scorrere solo i titoli dei giornali degli ultimi mesi per capire che persino la violenza giovanile, l’ espressione più pericolosa del disagio, è un fenomeno diffuso, anche tra gli adolescenti ischitani. 
A volte la cronaca non arriva come semplice informazione, ma come uno  specchio scomodo. Non ci dice solo che cosa è successo: ci costringe a chiederci che cosa stava già accadendo prima che l’irreparabile prendesse forma. In alcune storie il gesto che diventa oggetto di cronaca non è un  fulmine isolato, ma l’ultima riga di una pagina scritta lentamente, con l’inchiostro di ciò che manca: presenze educative stabili, adulti credibili, parole per nominare la rabbia, spazi in cui il limite non sia punizione ma orientamento. Spesso ci accorgiamo degli adolescenti solo quando fanno rumore. Ma  intervenire solo sull’emergenza significa aver perso l’occasione di ascoltare. Quando la vita cresce senza ascolto autentico non cresce nel vuoto. Cresce  dentro sistemi di regole spesso feroci, dove la forza diventa competenza, la prevaricazione identità e la paura abitudine. Se nessuno interrompe quella  grammatica, quel linguaggio finisce per apparire normale a chi lo respira ogni giorno. In certi contesti difficili è facile cadere nel determinismo sociologico: spiegare tutto a posteriori, come se certi esiti fossero scritti nel luogo di nascita o nella storia familiare. Ma guardare le cose da vicino, dal punto di vista di chi lavora con le relazioni, porta altrove. Non si tratta di destino, ma di biologia della relazione: un organismo umano si struttura attraverso ciò che incontra, attraverso esperienze ripetute di regolazione, contenimento, riconoscimento o, al contrario, di abbandono e prevaricazione. Se non hai incontri che allargano il mondo, il mondo non si allarga…Dentro questo quadro anche la famiglia non è automaticamente un porto.Quando è lasciata sola, senza rete e senza sguardi esterni, può diventare un amplificatore di fragilità. E allora resta la violenza verso se stessi o verso gli altri come unica lingua per farsi valere , per affermare se stessi. La violenza purtroppo non nasce solo nell’individuo, ma anche nella rarefazione delle responsabilità condivise. In questo senso educazione e formazione non sono categorie morali o buone intenzioni astratte. Sono processi concreti che incidono sullo sviluppo: insegnano a dare forma alle emozioni, a tollerare la frustrazione, a negoziare il limite senza trasformarlo in violenza. Quando questi processi mancano, non resta il vuoto: resta un apprendimento alternativo, spesso brutale, che l’individuo interiorizza come unica possibilità di stare al mondo. Ed è qui che la prevenzione smette di coincidere con il controllo o con l’emergenza e diventa qualcosa di più profondo. Simone Weil scriveva che «l’attenzione è la forma più rara e più pura della generosità». Forse è proprio di questo che i giovani hanno bisogno: attenzione vera, lunga, competente, istituzionale, non episodica;presenza educativa continuativa, adulti affidabili, istituzioni capaci di intercettare il disagio prima che il conflitto diventi distruttivo. E allora le domande, per noi, diventano inevitabili. Quanto siamo pronti ad ammettere che certi esiti non sono imprevedibili, ma crescono dentro ciò che, come società, scegliamo di tollerare da tempo? In sintesi, perché tanto malessere? Le risposte possono essere diverse. Viviamo in una società estrattiva, iper-competitiva, iper-individualista, in  cui le relazioni sono frammentate e discontinue, in cui la comunicazione spesso si riduce ad un like sui social network. Ma le domande allora si moltiplicano. Come rispondere al crescente bisogno di supporto educativo che giunge dalle famiglie, dagli insegnanti, dai professionisti? Come raccogliere la domanda di educazione da chi non riesce neanche a formulare tale domanda? Sono questioni di importanza cruciale, su cui si misura la nostra capacità di essere adulti. Occorre un cambio di paradigma che non è più rimandabile. Bisogna  innescare un processo culturale che accompagni le prassi alla postura dell’ascolto e dell’attenzione, alla responsabilità della visione d’insieme. E’ fondamentale che i professionisti dell’educazione imparino a riconoscere i segnali del disagio e possano chiedere aiuto e orientamenti sulle strategie più opportune da attivare per contenere, ridurre il disagio e le sue possibili conseguenze sui ragazzi e sulla società. E’ fondamentale che i genitori possano ricevere un supporto nell’affrontare  oggi le problematiche sempre più complesse dell’educazione dei propri  figli. E’ fondamentale che tutte le istituzioni dialoghino costantemente tra di loro per un nuovo patto educativo di comunità che sappia leggere i bisogni dei dei minori e sappia valorizzare tutte le risorse professionali disponibili. È fondamentale che i luoghi dell’apprendere e dell’educare mettano bambine/i e adolescenti nelle condizioni di essere soggetti attivi, perché non si tratta di istruire, ma di educare nel senso più pieno del termine. Educare significa tirar fuori, risvegliare l’umano, portare alla luce talenti,  emozioni, progetti di vita. “La voce dei ragazzi” è una realtà associativa che ricerca e propone risposte al grande tema della prevenzione del disagio giovanile, un tema che non riguarda solo gli ambienti urbani o periferie degradate, ma anche realtà patinate come la nostra isola. “La voce dei ragazzi” rimarca con fermezza e consapevolezza l’importanza di esserci prima, di abitare la quotidianeità dei giovani e di accorgersi dei segnali con un’alleanza reale tra scuola, famiglia, operatori e operatrici sul 
territorio. Con un’espressione di Marc Augè, “La voce dei ragazzi” vuole essere un “cantiere”, un cantiere capace di cogliere i segnali del disagio, di  valorizzare le opportunità presenti sul territorio, un “cantiere” capace di individuare gli elementi generativi che possano fare la differenza tra un destino annunciato e una vita che sboccia alla vita, grazie alla prevenzione. 
 

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